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Curiosità e storie da Edimburgo: una città sorprendente

Edimburgo è una di quelle città difficili da interpretare prima di visitarla di persona. Per capirla bisogna ascoltarla. Reel su Instagram, post su Facebook, video di influencer o le care e vecchie “guide turistiche” possono senza dubbio aiutare, ma non sono sufficienti per comprendere una città i cui miti, leggende e personaggi rappresentano, secondo me, un patrimonio importante quanto i siti UNESCO che vi si possono ammirare.

Quindi, se stai pensando di visitare Edimburgo (o sei semplicemente curiosa/o), ti consiglio di proseguire nella lettura di questo articolo. Penso possa aiutarti a calarti nella realtà, e nelle leggende, della capitale della Scozia. Una città che merita di essere “vissuta” anche attraverso le sue storie.

Faccio solo una piccola precisazione. I racconti e le curiosità che leggerai di seguito sono frutto di un recente viaggio in Scozia. Sono stati gli stessi abitanti di Edimburgo a raccontarmeli, mescolando probabilmente elementi reali con miti e leggende non sempre suffragati da fatti storici.

Ed è proprio questa predilezione di Edimburgo per le storie e la letteratura a portarci alla prima curiosità (non storia) di questo articolo.

Leggende, curiosità e storie da Edimburgo

 

 

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Curiosità: Edimburgo è la città al Mondo con la più alta concentrazione di grandi scrittori

Non per nulla, nell’ormai lontano 2004, Edimburgo è stata nominata UNESCO City of Literature. Qui sono nati, o hanno vissuto e lavorato, alcuni degli scrittori più famosi e amati al mondo. Cito soltanto i più conosciuti.

Sir Walter Scott

Se vuoi vedere la Scozia con gli occhi di un romantico devi sicuramente leggere qualche romanzo di Sir Walter Scott, artista tanto amato da meritare un enorme monumento in una delle vie principali di Edimburgo, Princes Street.

Tra le sue opere più famose ne ricordo due: Rob Roy, assolutamente da non perdere se sei interessata/o alla storia e all’atmosfera della Scozia giacobita, e naturalmente Ivanhoe, nel quale compare anche Robin Hood, uno degli eroi della tradizione popolare inglese più conosciuti e amati ancora oggi.

monumeto a Scott Edimburgo

Irvine Welsh

Facciamo un salto di qualche secolo e passiamo al secondo scrittore scozzese più amato (almeno dal sottoscritto): Irvine Welsh.

Nei suoi romanzi il romanticismo è decisamente meno presente, ma la descrizione dura, decadente e senza filtri della Edimburgo contemporanea rende la lettura delle sue opere quasi un “must” per scoprire il carattere più aspro della società moderna, non soltanto scozzese.

Cito anche in questo caso due dei suoi romanzi più famosi, le cui storie sono ambientate proprio a Edimburgo: Trainspotting, trasformato anche in un film diventato di culto, e Il Lercio (Filth).

Robert Louis Stevenson

Torniamo indietro di qualche secolo per citare un altro scrittore conosciuto e apprezzato in tutto il mondo: Robert Louis Stevenson. Le sue storie hanno affascinato giovani, e meno giovani, di intere generazioni.

L’isola del tesoro e Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde sono probabilmente i suoi romanzi più famosi, ma è ne Il ragazzo rapito (Kidnapped) che Stevenson ci porta direttamente in Scozia, raccontandoci anche le sue Highlands.

Sir Arthur Conan Doyle

Anche se il suo personaggio più famoso, Sherlock Holmes, aveva casa al numero 221B di Baker Street, a Londra, Sir Arthur Conan Doyle era in realtà scozzese: nacque proprio a Edimburgo e mantenne un forte legame con la sua città natale.

La maggior parte delle avventure del celebre detective è ambientata fuori dalla Scozia, ma se ti interessa leggere qualcosa di Conan Doyle legato alla Edimburgo della sua giovinezza puoi provare The Stark Munro Letters.

E c’è un collegamento ancora più interessante: Conan Doyle studiò medicina all’Università di Edimburgo e uno dei suoi professori, il medico Joseph Bell, con le sue straordinarie capacità di osservazione e deduzione, è considerato una delle principali fonti di ispirazione per la creazione di Sherlock Holmes.

J.K. Rowling

Pur non essendo nata a Edimburgo, J.K. Rowling ha scritto parte della saga di Harry Potter nella capitale scozzese, che ha quindi un legame molto particolare con il maghetto più famoso del mondo.

Uno dei luoghi maggiormente associati alla scrittrice è The Elephant House, la celebre caffetteria non lontana dal Grassmarket nella quale Rowling lavorò ad alcuni dei suoi libri.

Intorno a Edimburgo sono nate inoltre numerose storie sui luoghi e sui nomi che avrebbero ispirato la saga. Una delle più famose riguarda le lapidi del vicino Greyfriars Kirkyard, sulle quali compaiono cognomi che ricordano quelli di alcuni personaggi di Harry Potter.

Curiosità nella curiosità: a Greyfriars Kirkyard sono sepolti i resti di William McGonagall, spesso ricordato con il poco lusinghiero titolo di “peggior poeta della lingua inglese”. Tra tanti scrittori e creativi, lui rappresenta la famosa eccezione che conferma la regola.

P.S. Minerva McGonagall, uno dei personaggi più amati della saga di Harry Potter, porta proprio lo stesso cognome. Sul fatto che sia stata davvero la tomba del poeta a suggerirlo a J.K. Rowling, però, è meglio lasciare un piccolo spazio al dubbio.

Ci sarebbero molti altri bravissimi scrittori da ricordare, da Muriel Spark a Ian Rankin, ma l’elenco rischierebbe di diventare estremamente lungo (sarà forse il tema per un altro articolo).

Non possiamo dimenticare, inoltre, che a Edimburgo hanno lavorato – o, meglio ancora, “pensato” – alcuni dei più importanti protagonisti della storia del pensiero occidentale, da David Hume ad Adam Smith.

L’ennesima dimostrazione che Edimburgo è una città in cui idee, letteratura e creatività sono sempre state al centro di tutto.

Storia: Greyfriars Bobby, “l’Hachiko” scozzese

All’ingresso del cimitero di Greyfriars Kirkyard è possibile vedere la statua di un cane di piccola taglia, uno Skye Terrier di nome Bobby. Sono onesto: non conoscevo la sua storia fino al momento in cui non ho “captato” una guida turistica che la stava raccontando a una famiglia di viaggiatori a due passi da me.

Bobby era il cane di John Gray, un poliziotto di Edimburgo. Quando Mr. Gray morì, nel 1858, venne sepolto nel cimitero di Greyfriars e il suo fedele amico a quattro zampe vegliò sulla sua tomba per oltre 14 anni, fino al 1872.

Non sappiamo esattamente quando nacque Bobby, anche se si pensa intorno al 1855. Quello che sappiamo è che il piccolo cane, grazie alla fedeltà assoluta dimostrata nei confronti del proprio padrone, era diventato famoso già quando era ancora in vita.

La guida turistica sottolineò proprio questo aspetto, proseguendo poi con una parte della storia decisamente interessante. Secondo una teoria, infatti, Bobby sarebbe morto alcuni anni prima del 1872 e sarebbe stato sostituito da un cane molto simile.

Il perché di questa presunta sostituzione avrebbe ben poco a che fare con la straordinaria fedeltà che aveva contraddistinto la vita del piccolo animale. Bobby era infatti ormai diventato una vera e propria attrazione cittadina.

Numerosi visitatori arrivavano per vedere il cane e ascoltare la sua storia e, naturalmente, finivano anche per fermarsi nei pub e nelle locande della zona. Mantenere viva la leggenda avrebbe quindi significato mantenere vivo l’interesse dei visitatori e, di conseguenza, anche gli incassi delle attività vicine.

Questa presunta sostituzione, però, non è mai stata dimostrata. Tra gli elementi utilizzati per sostenere la teoria vi sono alcune fotografie nelle quali il cane sembrerebbe effettivamente più giovane dell’età che avrebbe dovuto avere.

Personalmente preferisco di gran lunga credere alla versione sulla straordinaria longevità di Bobby: 17 anni sono tanti per uno Skye Terrier, ma non sono impossibili. Non posso, e soprattutto non voglio, trasformare questa incredibile storia di fedeltà in una truffa perpetrata ai danni di turisti ignari.

Nel titolo del paragrafo ho definito Bobby “l’Hachiko scozzese” ma, considerando che la sua storia precede quella di Hachi di parecchi decenni, sarebbe forse più corretto fare il contrario e definire il suo celebre omologo nipponico “il Bobby giapponese”.

Greyfriars Bobby tomba Edimburgo

Perché non leggi anche: Scozia, cosa vedere: le attrazioni da non perdere

Curiosità: ma quanto è nuova la “New Town”?

Un collega che vive a Edimburgo mi ha sempre parlato di una Old Town e di una New Town. Nei nostri discorsi non eravamo mai scesi nel dettaglio e le conversazioni erano più o meno sempre su questo tono: “per andare a Calton Hill devi andare nella New Town, giri a destra in Princes Street e continui dritto” oppure “il miglior negozio per comprare cashmere si trova nella Old Town“.

Per questo motivo mi immaginavo la Old Town come un reticolo di stretti vicoli medievali, sovrastati dal castello (spoiler alert: è proprio così), e la New Town come una serie di torri in vetro e acciaio che svettano verso il cielo.

Ingenuità da uomo moderno che non pensa quadri-dimensionalmente (cit.).

La New Town di Edimburgo ha in realtà più di 250 anni e, insieme alla Old Town, è Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Questa parte della città è caratterizzata da larghi viali, eleganti edifici in stile georgiano, splendide piazze e giardini.

A differenza della Old Town, nata e cresciuta in modo quasi spontaneo e senza troppa pianificazione (ndr: è bellissima così), la New Town è il risultato di un preciso progetto urbanistico, che le ha conferito non soltanto una grande vivibilità, ma anche un fascino indiscutibile.

Insomma, la New (ma mica tanto new ormai) Town è sicuramente una zona da inserire durante il tuo viaggio a Edimburgo anche se, in definitiva, è molto meno “nuova” di quanto il suo nome potrebbe farti immaginare.

New Town Edimbugto Prices street

Curiosità. Il Grassmarket: tra esecuzioni e shopping

Nella Old Town, proprio sotto il castello, si trova una delle piazze più importanti della capitale scozzese: il Grassmarket. Dal Royal Mile vi si accede facilmente percorrendo in discesa Victoria Street e West Bow, una strada circondata da edifici medievali e ottocenteschi.

La piazza è indubbiamente ricca di fascino e vi si affacciano numerosi pub (per questo è il luogo ideale per mangiare qualcosa o bere una pinta di Tennent’s).

Arriviamo ora alla curiosità: nonostante si chiami grass (erba) market (mercato), in questa zona di Edimburgo non si sono mai vendute erbe. I prodotti commerciati in questo antico mercato erano soprattutto legati al bestiame e all’agricoltura. È possibile che il nome Grassmarket derivi proprio dal fieno che veniva depositato per sostentare gli animali.

Ma c’è un elemento macabro che trovo particolarmente interessante. Questa piazza, oggi animata e piena di vita, nasconde infatti un passato decisamente più oscuro e triste: era il luogo in cui si tenevano le esecuzioni pubbliche.

Immagina di vivere nel Cinquecento e di voler trovare un modo per distrarti dalla monotonia del tran tran quotidiano. Cosa c’era di meglio che assistere a un’impiccagione (magari in compagnia di tutta la famiglia)?

Questa curiosità ci porta ad alcune storie legate al Grassmarket e, soprattutto, ai suoi pub, i cui nomi ricordano ancora oggi questo passato da film horror. Storie che meritano di essere raccontate (ma soprattutto lette).

Ecco le mie due preferite.

Grassmarket Edimburgo

Storia: The Last Drop, o come corrompere il proprio boia

Se arrivi al Grassmarket da West Bow troverai alla tua destra, a circa 50 metri, un pub che si chiama The Last Drop. Qui potrai sorseggiare il tuo drink preferito (birra, gin e whisky in particolare), gustandoti un hamburger o una meat pie con vista sulla piazza.

Ma c’è una storia legata al nome del locale che forse troverai più interessante del menù. Il pub si chiama The Last Drop (l’ultima goccia) e, come per quasi tutte le cose, è importante chiedersi il perché.

Il nome deriverebbe proprio dal fatto che i condannati bevevano nei pub della piazza la loro “ultima goccia” prima di raggiungere il patibolo. E fin qui potresti pensare: OK, niente di troppo particolare.

In realtà, la storia non finisce qui.

Si racconta infatti che fosse usanza pagare anche al boia uno o più “giri” del suo beveraggio preferito.

Probabilmente ora ti starai chiedendo perché mai offrire da bere alla persona che, di lì a poco, ti avrebbe ucciso.

Si sarebbe trattato di un tentativo di corruzione affinché l’esecutore della sentenza facesse il proprio dovere “a regola d’arte”, rendendo l’impiccagione quanto più rapida possibile ed evitando al condannato lunghi minuti di agonia e dolore causati dal soffocamento.

pub the last drop Grassmarket Edimburgo

Storia: Maggie Dickson, come sopravvivere a un’esecuzione

A pochi metri dal pub The Last Drop troverai un altro locale dal nome interessante: il Maggie Dickson’s. Il nome rende omaggio a una donna vissuta all’inizio del Settecento, Maggie appunto, protagonista di una delle storie più incredibili mai raccontate.

Dopo essere stata abbandonata dal marito nel 1723 (ricorda questo particolare, perché ci tornerà utile in seguito), si trasferì in una cittadina di nome Kelso, non lontano da Edimburgo, dove trovò impiego presso una taverna.

Qui ebbe una relazione extraconiugale con il figlio del proprietario e rimase incinta. Per paura di essere licenziata, Maggie riuscì a tenere segreta la gravidanza e diede alla luce un bambino che, nato prematuro, morì poco dopo.

A questo punto Maggie ebbe la malaugurata idea di abbandonare il corpicino sulla riva di un fiume. La sfortuna, in una vicenda già di per sé piuttosto tragica, volle che qualcuno trovasse il corpo del bambino e riuscisse a ricondurlo alla nostra protagonista.

La legge scozzese dell’epoca era particolarmente severa nei confronti delle donne che nascondevano una gravidanza quando il bambino veniva successivamente trovato morto. Non fu mai realmente dimostrato che Maggie avesse ucciso suo figlio, ma l’occultamento della gravidanza e il ritrovamento del corpo furono sufficienti a portarla davanti al giudice e, infine, alla condanna a morte. Maggie fu quindi condannata all’impiccagione e trasferita a Edimburgo per l’esecuzione.

Il 2 settembre 1724 Maggie fu impiccata nel Grassmarket.

Anche qui potresti pensare: “OK, triste, ma niente di speciale”. Attenzione però, perché ora arriva il bello.

Durante il trasporto del corpo verso Musselburgh, dove avrebbe dovuto essere sepolta, accadde qualcosa di straordinario. Il conducente del carro che trasportava la bara si fermò lungo il percorso dopo aver sentito ripetuti rumori provenire dall’interno della cassa.

Quando la aprì, l’uomo si stupì non poco nel trovare Maggie viva e vegeta, anche se piuttosto provata (cosa tutto sommato comprensibile).

Ed eccoci alla parte più paradossale dell’intera vicenda.

Maggie era già stata dichiarata morta e non poteva essere impiccata una seconda volta per lo stesso crimine. Fu quindi rimessa in libertà e visse ancora per molti anni con il soprannome di “Half-Hangit Maggie”, Maggie la mezza impiccata.

Adesso arriva un altro colpo di scena (ma quanto sia vero non è dato saperlo) degno delle migliori soap opera.

Il marito di Maggie, proprio colui che l’aveva abbandonata anni prima, riapparve.

Secondo il racconto, l’esercito lo avrebbe costretto ad arruolarsi senza dargli il tempo di avvisare la moglie, per poi mandarlo a combattere per anni lontano dalla Scozia. All’epoca le comunicazioni potevano essere piuttosto problematiche e lo sventurato non sarebbe mai riuscito a informare Maggie del motivo della sua improvvisa scomparsa.

Una volta tornato in Scozia riuscì infine a ricongiungersi con l’amata moglie, dando alla vicenda una versione kafkiana e decisamente particolare del classico “e vissero tutti felici e contenti”.

Quest’ultima parte della storia, però, non è documentata e potrebbe essere semplicemente il frutto della notevole propensione degli scozzesi per le storie epiche.

Pub Maggie Dickson's Edimburgo Grassmarket

Perché non leggi anche: Aurora boreale in Scozia: dove e quando vederla

Curiosità: il Fringe Festival, dai margini al centro del palcoscenico

Difficile trovare un evento che sia legato in maniera più stretta a Edimburgo. Il Fringe Festival è il più grande festival delle arti performative al mondo e vanta una storia lunga quasi ottant’anni. Le sue origini risalgono infatti al 1947. Si tiene ogni anno ad agosto e vede la partecipazione di migliaia di artisti: nel 2025 ne sono arrivati in città circa 25.000.

Anche in questo caso però, come per quasi tutto a Edimburgo, vale la pena raccontare la storia che si cela dietro il Fringe Festival e, in particolare, quella della sua nascita.

Prova a immaginare l’Europa del 1947. La Seconda guerra mondiale è appena terminata e popoli che si sono combattuti e uccisi fino a pochissimi anni prima devono ora trovare, fortunatamente, un nuovo modo pacifico di relazionarsi.

È in questo contesto che Rudolf Bing, noto impresario locale ma nato a Vienna (e fuggito dall’Austria dopo l’annessione nazista), fu tra i principali promotori della creazione di un grande evento artistico: l’Edinburgh International Festival. L’obiettivo era ambizioso: contribuire, attraverso l’arte e la cultura, a riconciliare lo spirito dei popoli dopo la più grande devastazione vissuta dal continente.

Edimburgo sembrava la città ideale: ricca di teatri e spazi artistici, con un centro storico splendido e compatto e una dimensione quasi perfetta, abbastanza grande da ospitare un evento internazionale ma senza essere una gigantesca metropoli. Anche gli abitanti accolsero con entusiasmo l’idea di ospitare una manifestazione di tale portata.

Al Festival furono quindi invitate alcune delle più prestigiose compagnie e istituzioni artistiche dell’epoca.

Ed eccoci al fatto “clou” della nostra storia.

I rappresentanti di otto compagnie che NON erano state invitate, sei scozzesi e due inglesi, decisero sostanzialmente di “imbucarsi” al Festival, arrivando comunque a Edimburgo e organizzando i propri spettacoli ovunque fosse possibile.

Il loro pensiero doveva essere più o meno questo: “La città sarà piena di gente e si respirerà finalmente un’atmosfera vivace che in Europa manca da anni. Andiamoci anche senza essere stati invitati ed esibiamoci comunque.”

Non sapevano ancora di aver dato origine a qualcosa di enorme.

Quegli spettacoli indipendenti continuarono infatti negli anni successivi, attirando un numero sempre maggiore di artisti. Nel 1948 il giornalista scozzese Robert Kemp utilizzò la parola fringe, cioè “margine”, in un articolo dell’Evening News per descrivere gli spettacoli che si svolgevano “ai margini” del Festival ufficiale. Il nome rimase.

Era nato quello che sarebbe diventato il Fringe Festival.

Un evento che ha visto la luce spontaneamente, in modo quasi anarchico, grazie a un gruppo di “imbucati” e diventato oggi il più grande festival delle arti performative del mondo: migliaia di spettacoli, decine di migliaia di rappresentazioni e circa 2,6 milioni di biglietti venduti nella sola edizione del 2025.

Non male per otto compagnie che nessuno aveva invitato.

Se stai programmando il tuo tour in Scozia e a Edimburgo nel mese di agosto, preparati quindi a trovare una città più affollata e decisamente più cara del solito, ma anche incredibilmente vivace, con spettacoli praticamente a ogni angolo e un’atmosfera frizzante e allegra dalla quale sarà difficile non farsi coinvolgere.

Per esperienza personale posso dirti che vale davvero la pena vivere Edimburgo durante il Fringe almeno una volta.

Fringe festival Edimburgo, artisti royal mile

Curiosità: ma quanto è lungo il Royal Mile?

Chiunque sia stato a Edimburgo conosce, o ha almeno sentito parlare, del Royal Mile, la strada che attraversa la Old Town e collega il Castello di Edimburgo con il Palazzo di Holyroodhouse.

Vorrei raccontarti un breve aneddoto personale a proposito di questo famosissimo viale della capitale scozzese.

Appena sceso dal treno proveniente da Londra ho aperto Google Maps, perché volevo fare subito due passi lungo la strada più famosa della città. Identificato il castello, mi aspettavo di trovare facilmente il Royal Mile ma, con mio sommo disappunto, non riuscii a leggere “Royal Mile” da nessuna parte.

Lì dove avrebbe dovuto esserci il Royal Mile, tra il castello e il Palazzo di Holyroodhouse, leggevo soltanto nomi a me sconosciuti: Castlehill, Lawnmarket, High Street, Canongate e Abbey Strand.

Fu quindi con una certa sorpresa, e dopo un iniziale disorientamento, che scoprii che Royal Mile non è in realtà il nome di una singola via. È piuttosto il nome con cui viene indicato l’insieme di queste strade che, una dopo l’altra, formano il celebre Miglio Reale.

E ora possiamo arrivare alla curiosità vera e propria: perché si chiama Royal Mile e quanto è lungo?

Nel corso dei secoli re e regine hanno attraversato queste strade, che collegavano di fatto due residenze reali: il Castello di Edimburgo da una parte e il Palazzo di Holyroodhouse dall’altra. Da qui, naturalmente, il termine Royal.

La distanza tra i due estremi corrisponde approssimativamente a un antico miglio scozzese, che era più lungo del miglio inglese: circa 1,8 chilometri contro gli attuali 1,6.

Ed ecco quindi spiegato il nome Royal Mile: un “miglio” scozzese che unisce due residenze reali nel cuore di Edimburgo.

Trovo però singolare che, almeno formalmente, la via più conosciuta di Edimburgo non esista.

Edimburgo royal mile

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Storia di Edimburgo e del suo legame (macabro) con la medicina

Vi è un altro campo del sapere umano in cui Edimburgo eccelleva, oltre alla letteratura: la medicina.

La University of Edinburgh Medical School, fondata nel 1726, divenne uno dei centri più prestigiosi d’Europa per l’insegnamento della sciplina, in particolare per quanto riguardava lo studio dell’anatomia.

Per apprendere i segreti del corpo umano, studenti e medici avevano però bisogno principalmente di una cosa… corpi, appunto. La legge era estremamente restrittiva sull’utilizzo dei cadaveri per motivi di studio e ricerca e, in sostanza, permetteva agli anatomisti di utilizzare un numero molto limitato di corpi, tra cui quelli dei criminali giustiziati.

La crescente richiesta diede così origine a un fiorente mercato clandestino e, che tu ci creda o no, a un’usanza decisamente poco piacevole: il furto dei cadaveri dai cimiteri, che venivano poi rivenduti ad anatomisti e scuole di medicina.

Il fenomeno divenne talmente diffuso che le famiglie arrivarono perfino a proteggere le tombe con pesanti strutture di ferro (nella foto sotto puoi vederne una), i mortsafes, per impedire che il corpo del defunto venisse trafugato.

Vi è poi un caso di cronaca nera che vale la pena menzionare: quello di Burke e Hare. Questi arrivarono alla conclusione che sottrarre un cadavere da un cimitero fosse troppo difficile e rischioso e trovarono una soluzione decisamente più macabra: procurarsi personalmente la materia prima.

Tra il 1827 e il 1828 uccisero 16 persone, prevalentemente soffocandole, in modo da non lasciare evidenti segni di violenza sui corpi, per poi rivenderne le salme agli anatomisti.

Il finale della storia è ancora più macabro e, soprattutto, paradossale. Quando i due furono scoperti, Hare accettò di testimoniare contro il complice ottenendo l’immunità, mentre Burke fu condannato a morte e impiccato.

E indovina un po’? Il suo corpo fu donato alla scienza e pubblicamente dissezionato.

La definirei una fine decisamente appropriata, se tutta la vicenda non fosse tanto inquietante.

cimitero Greyfriars, sbarre antifurto tombe

 

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Gian Paolo Serra

Gian Paolo Serra
Scritto da:
Gian Paolo Serra
Viaggiatore appassionato da oltre 20 anni ho una laurea in legge ed un interesse profondo per tutto ciò che è diverso e fuori dalla routine. In un universo parallelo spero di fare il musicista o lo scrittore
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